Carlo Levi

Nella "Mostra delle Regioni" che si tenne in occasione di Italia 61, la Regione Lucania espose uno splendido affresco di Carlo Levi dalla straordinaria forza esplicativa della realtà contadina vista attraverso gli occhi del suo autore.

Una copia in grandezza naturale di questa opera, dalla lunghezza di 18 metri, è oggi esposto presso l'"Associazione Lucana in Piemonte Carlo Levi".

"Ecco il quadro, guardiamolo ora insieme nelle sue parti in modo semplice e diretto come io spero di averlo dipinto.

Ecco davanti a noi e' la Lucania con il suo contenuto di umanità, di dolore antico, di lavoro paziente, di coraggio di esistere. Un paese intero vive in quest'opera nelle vicende e nei volti dei suoi personaggi. Partendo dall'immobilità millenaria, fuori dalla storia, queste persone si affacciano all'esistenza ed il loro percorso, come quello del quadro, è, in breve spazio, lunghissimo come un trascorrere dei secoli.

Il filo conduttore di questo percorso è Rocco Scotellaro, il poeta della libertà contadina. Ci appare ragazzo col viso lentigginoso, pieno di malinconica speranza; uomo sulla piazza, con i compagni di un mondo che si è aperto, morto nella grotta da cui cominciano i tempi. Siamo nella grotta verde, in presenza della morte.

Le donne stanno attorno al morto bianco, dal viso bianco, strette nell'antico lamento: due madri piangono il figlio morto. le due madri, la terrena e la celeste, piangono e raccontano la vita del figlio, con i loro visi antichi, raccolta di amore e di dolore. Narrano della nascita della povertà, della vita spesa per gli altri, della bontà, della poesia, dell'acerba morte. Con le madri sono le donne avvolte nei veli del costume e le giovani in lacrime o chiuse nel nero del lutto e della vita e con la figura solitaria del vecchio vice-sindaco amaro e la vecchia che sembra vaticinante; tutto intorno la grande spirale delle figure femminili simili a un nero volo di uccelli, fino alla maga, in alto, dove si mostra il cielo. Dall'apertura della grotta appare una valle lontana: e' il cimitero e la tomba di Rocco. Nella grotta, tra la famiglia e gli animali, il lamento si perde e si trasforma nel sonno.

Una grande contadina dalla pelle arida di sole e di terra tiene in braccio il bambino addormentato. nell'ombra verde della grotta, nel sonno dell'asina che raschia, tra gli attrezzi e le provviste, tra il pane e i lambasciuni, vicino alla vecchia vaticinante, una bambina dalla gamba fasciata guarda con gli intensi occhi neri. E guarda il monaciello vestito per voto e le donne che vegliano il sonno e i sospiri; i bambini sono stretti nei letti, sdraiati, incrociati o in braccio alle donne e le capre circondano la culla appesa dove dorme un lattante. E il buio della grotta brulica di forme. Il bastone nel tempo fermo.

E gli uomini aspettano con il viso sulle mani, con le mani intrecciate o appoggiate alle ginocchia, le inutili mani che non trovano lavoro. Ma davanti a loro è un altro mondo che nasce: sul volto di Rocco scintilla la luce di un eterna energia che nuova si esprime: attorno a quel centro luminoso si svolge la grande spirale degli uomini che nella parola trovano per la prima volta il senso ed il valore dell'esistenza. Eccoli tutti, i compagni ed i fratelli, i personaggi della storia, i protagonisti veri.

Che cosa dice Rocco? E' il suo un comizio, un discorso politico o e' una poesia quella che egli sottolinea col gesto della mano? Forse l'uno e l'altro insieme, forse egli dice i suoi versi, la marsigliese contadina.

Spuntano ai pali ancora / le teste dei briganti / e la caverna / l'oasi verde della triste speranza / lindo conserva un guanciale di pietra.../ Ma nei sentieri non si torna indietro. / Altre ali fuggiranno dalle paglie della cova, / perché lungo il perire dei tempi, / l'alba e' nuova, e' nuova.

L'alba e' nuova per questi uomini: eccoli giovani e vecchi, pastori e operai e fanciulli intenti ad ascoltare ed ascoltarsi, testimoni e protagonisti: eccoli, i contadini e i poeti, e fra essi il maggiore, Umberto Saba e tra la folla l'autore e i personaggi del Cristo si e' fermato ad Eboli e quelli dell'uva puttanella, una folla che cresce, che diventa infinita: un mondo nasce con la parola e l'immagine.


Carlo Levi, 1961 "