Le Palazzine delle Regioni occupavano una delle aree più suggestive di Italia ’61, tra corso Unità d’Italia e il Po. Concepite come un insieme coordinato di edifici leggeri e moderni, dovevano accogliere le diverse regioni italiane senza rinunciare all’unità architettonica dell’intero complesso.
Alla Mostra delle Regioni venne assegnata un’area vastissima, circa 150.000 metri quadrati, pari a quasi un terzo dell’intero comprensorio espositivo. Era una zona particolarmente favorevole dal punto di vista paesaggistico, affacciata sul Po e ricca di vegetazione.
Allo stesso tempo, però, era anche una delle aree più difficili da utilizzare: il terreno era irregolare, in parte acquitrinoso e soggetto alle esondazioni del fiume. Prima di costruire fu quindi necessario intervenire profondamente sulla sistemazione del suolo e sulla rete dei percorsi.
Il complesso era formato da 19 padiglioni regionali, ai quali si aggiungeva il grande Padiglione Unitario. Pur destinati a ospitare realtà molto diverse tra loro, gli edifici vennero pensati come parti di un unico sistema architettonico.
La disposizione non seguiva uno schema rigido e monumentale, ma si adattava alla conformazione del terreno, ai percorsi pedonali, alle alberature e alla vicinanza del fiume. La planimetria mostra bene questa organizzazione articolata, quasi come un piccolo quartiere immerso nel verde.
Le palazzine furono progettate con un linguaggio volutamente sobrio. Acciaio, ferro, vetro e quantità limitate di cemento permettevano di costruire rapidamente edifici luminosi e funzionali, senza sovraccaricare visivamente l’area.
Le ampie superfici vetrate mettevano in relazione gli spazi interni con il paesaggio circostante e davano alle costruzioni un carattere estremamente moderno per l’epoca. L’architettura doveva fare da cornice, non da protagonista, lasciando spazio agli allestimenti che sarebbero stati ospitati al loro interno.
La velocità con cui venne realizzato il complesso fu notevole. Ancora durante l’inverno del 1960 l’area era interessata da scavi, movimento terra e grandi lavori di sistemazione; pochi mesi più tardi, nella primavera del 1961, il sistema dei padiglioni era già pronto ad accogliere i visitatori.
È uno degli esempi più evidenti della rapidità con cui venne costruita Italia ’61: in pochissimo tempo un’area marginale e difficile venne trasformata in uno dei settori più ordinati e riconoscibili dell’intera Esposizione.
L’Italia disegnata dai padiglioni
La disposizione delle palazzine non era casuale. L’insieme dei padiglioni fu concepito in modo da richiamare il profilo geografico della penisola italiana, trasformando la Mostra delle Regioni in una sorta di grande “Italia” costruita nel paesaggio.
Le diverse strutture erano collocate lungo un asse che riprendeva idealmente la forma dello Stivale, con i padiglioni distribuiti secondo una logica geografica e simbolica. In questo modo anche l’architettura e l’organizzazione dello spazio contribuivano a rappresentare visivamente il tema dell’unità nazionale.
La scelta era particolarmente efficace perché permetteva al visitatore di percepire la Mostra non come una semplice successione di edifici, ma come un unico organismo, nel quale le diverse regioni conservavano la propria identità pur facendo parte di un insieme comune.
Contrariamente a quanto spesso si pensa, le Palazzine delle Regioni non andarono tutte perdute con la fine dell’Esposizione. Una parte consistente del complesso fu infatti conservata e successivamente riutilizzata, pur con trasformazioni e adattamenti legati alle nuove funzioni.
Oggi numerosi edifici originari sono ancora riconoscibili nell’area occupata dal Centro Internazionale di Formazione dell’ILO, insieme alla disposizione generale dei percorsi e al rapporto tra architetture, verde e fiume. È uno degli esempi più evidenti di come Italia ’61 abbia lasciato a Torino un’eredità materiale molto più ampia di quanto comunemente si immagini.