La Partecipazione della Olivetti

all'Esposizione Internazionale del Lavoro

di Luciano Gallino

Ringraziamo la Sig.ra Marcella Turchetti dell'Associazione Archivio Storico Olivetti per l'interessante materiale messo a disposizione di questo sito.

Si tratta di un articolo di Luciano Gallino avente per oggetto la partecipazione Olivetti a Italia 61, in particolare il prezioso contributo dell'azienda all'Esposizione Internazionale del Lavoro.

L'articolo uscì su "Notizie Olivetti" n.71 dell'aprile del 1961.

Il quadro delle manifestazioni che si terranno a Torino tra il maggio e l’ottobre del 1961 sarà dominato, come noto, da tre grandi esposizioni: l’Esposizione Internazionale del Lavoro (E.I.L.), la Mostra delle Regioni, e la Rassegna storica.

La prima verrà allestita a cura di organizzazioni industriali italiane tra le quali figura la Società Olivetti, di enti internazionali e di comitati nazionali stranieri, e offre quindi parecchi motivi d’interesse a chiunque viva nel mondo del lavoro. L’Esposizione Internazionale del Lavoro avrà sede nel grandioso palazzo costruito sulle rive del Po su progetto dell’ingegner Pier Luigi Nervi, e sarà divisa in due settori principali: il primo, allestito ad opera esclusiva di grandi imprese italiane, avrà in prevalenza carattere di sintesi storica dei fattori e dei risultati della razionalizzazione di tutte le attività produttive realizzate nell’ultimo secolo; nel secondo saranno invece presentati, a cura dei partecipanti stranieri, i ritrovati più recenti della tecnologia industriale e della scienza applicata alle attività economiche in genere. I due settori saranno distinti anche materialmente giacchè quello italiano verrà realizzato interamente sul piano a terra del vastissimo salone, mentre quello straniero troverà posto sulla piattaforma che corre tutta intorno al medesimo, ad un’altezza di circa sei metri dal suolo.


In considerazione dell’apporto dato allo sviluppo industriale che l’E.I.L. intende illustrare, il Comitato organizzatore di Italia’61 ha limitato l’invito di partecipare alla Esposizione ad un ristretto numero di Società italiane di importanza mondiale, fra cui la Fiat, la Montecatini, l’E.N.I., le aziende del gruppo Finsider, la Pirelli e la Olivetti. A Ciascuna di esse è stato affidato un tema da illustrare, come si diceva, nella sua evoluzione storica: la ricerca scientifica, le fonti di energia, l’organizzazione del lavoro, la sicurezza sociale, i trasporti, le comunicazioni, il tenore di vita e altri. Non a caso, visto che per comune riconoscimento essa è ritenuta una sorta di modello in tale campo, alla Società Olivetti è stato affidato un tema di particolare importanza ed impegno e cioè lo sviluppo dell’organizzazione industriale, della produttività e del mercato negli ultimi cento anni.


Il piano dell’Esposizione


Nell’ambito della nostra Società è stato perciò costituito alcuni mesi addietro, a cura della Direzione centrale pubblicità e stampa, un gruppo di lavoro composto di persone aventi competenze specifiche nelle diverse materie che debbono concorrere ad attribuire all’esposizione un carattere tecnicamente ineccepibile, ma al tempo stesso anche suggestivo nei confronti di un pubblico che non sarà composto esclusivamente, com’è ovvio, di specialisti. Alla preparazione della sezione affidata alla Olivetti collaborano così economisti e ingegneri, sociologi dell’industria, storici dell’arte e della cultura, disegnatori e architetti.


Sin dall’inizio dei lavori, essi hanno scartato la soluzione, che altri avrebbero forse trovato più comoda, di realizzare la mostra presentando in modo più o meno casuale una serie di macchine e di fotografie risalenti a varie epoche, lasciando all’immaginazione del pubblico il compito di ricavare da essa un discorso fornito di senso. Per contro si è preferito elaborare uno schema organico il quale, per quanto semplificato a motivo delle esigenze di rappresentazione e di spazio, metta in evidenza le fasi principali dell’evoluzione dell’organizzazione, della produttività e del mercato, e soprattutto ne faccia risaltare l’intima coerenza e interdipendenza, poiché in questo campo come in nessun altro accade veramente, come si dice, che tout se tient.


Il piano generale dell’esposizione – entrato ormai nella fase di realizzazione pratica – comincia col presentare alcuni quadri o vetrine, illustrati in termini molto realistici l’aumento della disponibilità nazionale di beni primari, secondari e terziari, verificatosi tra il 1860 e il 1960 come conseguenza del generale aumento di produttività che si è avuto nell’industria manifatturiera (settore secondario), e in minor misura nell’agricoltura (settore primario). Non volendo però indurre il pubblico all’ottimismo di maniera così frequente quando si parla di progresso economico, i dati ed i beni presentati visivamente in queste vetrine si riferiranno ad almeno tre o quattro paesi, di cui uno altamente sviluppato – ad esempio gli Stati Uniti, - uno giunto a un livello medio di sviluppo – l’Italia – e uno o due che rispetto agli altri appaiono oggi decisamente sottosviluppati, essendo rimasti pressappoco al medesimo livello di produttività e di consumo raggiunto circa un secolo fa. Le vetrine verranno poi integrate con varie indicazioni sull’incremento (o sulla stagnazione) dei consumi procapite di beni d’importanza chiave per il livello di vita, come l’acciaio, le macchine utensili, la gomma, l’energia, la carta, il vetro, e vari altri.


Dove si è verificato, l’incremento dei consumi pro-capite è stato evidentemente reso possibile dall’aumento della produttività realizzato nelle rispettive industrie. Ridotto al nocciolo, il concetto di produttivita' può definirsi come il rapporto tra un dato volume di produzione e una data quantità di forza-lavoro; esso misura, in altre parole, l’efficienza di un processo produttivo. La produttività aumenta allorchè, migliorando le tecniche di produzione, si riesce ad aumentare il volume di produzione ottenuto con le stesse ore di lavoro, oppure ad ottenere lo stesso volume di produzione impiegando meno ore di lavoro. Così nell’agricoltura ci volevano circa 15 minuti, intorno al 1850, per mietere con una falce a mano 100 metri quadrati di grano, mentre nel 1900, con l’ausilio di una falciatrice meccanica a trazione animale, bastavano 2 minuti; e oggi, con l’impiego di una mietitrice-battitrice, non occorrono più di 30-40 secondi. Incrementi di produttività di questa grandezza hanno reso pertanto possibile sia un forte aumento di produzione, sia l’immissione di quote crescenti di lavoratori in attività intese a soddisfare bisogni più complessi che non quello dell’alimentazione.


Interno del palazzo dell'Esposizione Internazionale del Lavoro


Nelle varie industrie – vetreria, cartaria, tessile, metallurgica, meccanica – il grandissimo aumento di produttività verificatosi nel giro di un secolo è stato reso possibile da tre processi profondamente interagenti tra di loro, cioè l’evoluzione tecnica delle macchine operatrici, nonché l’evoluzione e la razionalizzazione dell’organizzazione tecnica, come di quella amministrativa. A questo punto lo schema di cui parliamo prevede che il discorso espositivo venga centrato principalmente sull’industria meccanica, in parte perché è proprio nell’industria meccanica che i tre processi richiamati sopra si ritrovano con maggior nettezza e suggestività, in parte perché ad essa appartiene anche la nostra Società e la completezza del gruppo di lavoro è quindi maggiormente affinata in questo campo. Nell’industria meccanica, l’evoluzione tecnica delle macchine operatrici può riassumersi, semplificando molto, in tre fasi tipiche, caratterizzate la prima dal predominio delle macchine universali,la seconda da quello delle macchine speciali e la terza, nella quale stiamo appunto entrando, dal graduale prevalere delle macchine automatiche. La macchina universale, come noto, è la macchina di tipo tradizionale, che richiede per il funzionamento operai molto specializzati, e la cui produttività è piuttosto bassa, giacchè è l’uomo che deve provvedere fisicamente a tutte le operazioni necessarie per fabbricare un certo pezzo: leggere le quote del disegno, effettuare gli opportuni adattamenti e spostamenti degli utensili, misurare, smontare dall’attrezzo i pezzi finiti, e cos’ via. Nella macchina speciale, invece, tutte queste operazioni sono state studiate dagli specialisti degli uffici tecnici e dei servizi di attrezzaggio, che alla fine provvedono loro stessi ad attrezzare la macchina in modo che essa compia in buona parte da sola il suo lavoro, venendo semplicemente alimentata pezzo per pezzo da un operaio comune. Nelle macchine automatiche infine, la preparazione del lavoro da parte degli uffici tecnici si è estesa sino a comprendere praticamente tutte le operazioni di lavoro e alimentazione, che la macchina compie automaticamente con un minimo di sorveglianza e di manutenzione. Nell’insieme può dirsi che nel giro di un secolo il tempo-uomo richiesto per la preparazione delle macchine è aumentato di decine di volte; ma nello stesso tempo, tenuto anche conto dell’aumento delle serie prodotte, l’incremento di produttività delle macchine che si è ottenuto in tal modo è stato talmente grande da compensare larghissimamente, sul piano generale, il maggior tempo così impiegato.


Sarà qui opportuno illustrare al pubblico, con un minimo di elementi grafici, un concetto di importanza fondamentale: la produttività delle singole macchine, per quanto perfezionate esse siano, non determina direttamente la produttività globale di un’officina o di un’azienda, sempre intendendo la produttività come rapporto produzione-ore di lavoro impiegate. Dieci macchine aventi una produttività egualmente elevata, se prese una alla volta, possono dar luogo a produttività globali ben diverse, a secondo che siano utilizzate in questa o quella officina od azienda. L’elemento, o processo, che connette tra loro le macchine e condiziona per così dire il risultato della loro somma è l’organizzazione, distinta in organizzazione tecnica ed organizzazione amministrativa.


Negli ultimi cento anni, gli aspetti principali dell’evoluzione intervenuta nell’organizzazione tecnica delle aziende meccaniche possono riassumersi in tre punti.


In primo luogo è avvenuto che i grossi motori a vapore che fornivano l’energia motrice a tutta un’officina mediante un complicato sistema di alberi rotanti, pulegge, cinghie di trasmissione, sono stati eliminati, lasciando il posto a motori elettrici piccoli, leggeri e maneggevoli rispetto alla potenza fornita, applicati direttamente sulle macchine operatrici. Ciò ha permesso di adeguare esattamente la potenza installata alle esigenze di produzione, di conseguire un miglior rendimento dell’energia motrice, e soprattutto di disporre i vari macchinari di un’officina nel modo più razionale rispetto al ciclo di lavorazione. In secondo luogo, tutte le operazioni di lavoro ed i procedimenti non ancora assorbiti dalle macchine, e in specie il montaggio finale, sono stati assoggettati a studio sistematico, nell’intento di determinare i metodi più efficienti da seguire, nonché i tempi entro i quali essi possono e debbono di norma venir eseguiti. Tale separazione, tale dicotomia, delle attività di studio dei metodi e dei tempi delle attività di esecuzione si deve principalmente all’opera di Taylor e dei suoi successori, ai quali risale, come tutti sanno, la diffusione del concetto di Scientific Management, o orgarnizzazione scientifica. In terzo ed ultimo luogo, si è avuta una marcata tendenza alla integrale meccanizzazione e automazione dei movimenti dei materiali, delle parti in lavorazione e delle unità di prodotto, nell’intento di conseguire due scopi complementari: a) tenere fermo l’elemento attivo e affaticabile del processo di lavoro – l’operaio –facendo muovere in sua vece, e facendogli arrivare al momento giusto, gli elementi passivi di esso;


Una delle prima fabbriche di automobili agli inizi del secolo


b) ridurre al minimo il lavoro di manovalanza impiegato in operazioni improduttive, come le operazioni di movimento, trasporto, alzata, ecc. E’ noto come, sebbene non manchino in epoche anteriori applicazioni di rilievo, sia dal punto di vista tecnico che da quello economico, sul tipo dei macelli di Chicago (1890 circa), la più importante applicazione di apparati tali da raggiungere in pieno i due scopi su accennati è stata certamente, in prospettiva storica, la catena introdotta da Ford nel 1913-14 per la produzione di massa del famoso modello T. Un breve film ripreso proprio in quegli anni illustrerà ai visitatori della Mostra, meglio di quanto non possa fare qualche grafico o fotografia, l’importanza fondamentale di tale innovazione.


Lasciata momentaneamente da parte l’organizzazione tecnica, il discorso espositivo verrà poi a toccare l’organizzazione amministrativa, ricordando che sino alla fine dell’800 non esisteva forse grande impresa che avesse sviluppato una razionale organizzazione aziendale-amministrativa nel senso che si attribuisce oggi alla parola; nella quale, cioè, le funzioni, le responsabilità e l’autorità di ciascuno fossero chiaramente definite, distribuite organicamente e coordinate tra loro. In realtà, o non esisteva traccia di organizzazione, o si lavorava attuando forme più o meno spontanee di cooperazione, oppure si trattava di un’organizzazione di tipo strettamente militare, con una gerarchia rigida e poco o nulla specializzata ai diversi livelli.

Nei due primi decenni del ‘900, in parte per merito dei tayloriani, in parte per merito della dottrina propugnata da un industriale francese, Henry Fayol, si venne invece sviluppando con grande rapidità un corpo coerente di nozioni organizzative, la cui applicazione nelle grandi e medie imprese ha permesso di migliorare in modo sostanziale l’utilizzazione delle risorse economiche ed umane disponibili, e di conseguenza l’efficacia di tutte le attività d’impresa.


L'"Arithmographe Troncet" della Libreria Larousse


Può dirsi pertanto che la dottrina tradizionale dell’organizzazione amministrativa sia stata portata a maturazione tra le due guerre nelle scuole americane di Business Administration, mentre nell’ultimo decennio si è andata orientando in nuove direzioni, in specie a causa dell’influenza su di essa esercitata da parte delle teorie sociologiche dell’organizzazione. Negli ultimissimi anni si è fatta strada, entro le aziende più moderne, una marcata tendenza all’unificazione di alcuni principi basilari dell’organizzazione, sia tecnica che amministrativa. Codesti principi trovano espressione nelle cosiddette tecniche di direzione razionale, che vanno dalla programmazione lineare e dinamica alla teoria delle linee di attesa, alla teoria dei giochi, alla teoria delle informazioni, tutte confluenti nella ricerca operativa. Si tratta di tecniche e teorie di concezione ed impianto squisitamente matematici, la cui estrema astrattezza ne fa uno strumento utilissimo per la soluzione razionale di casi estremamente pratici ( non è gioco di parole), come il dimensionamento ottimale di una serie di produzione o la determinazione del percorso più conveniente per una autocarro che debba rifornire parecchi magazzini.


D’altra parte l’impiego di tali tecniche, elaborate sulla carta dai matematici dell’industria, non sarebbe mai stato possibile in pratica, ove nel frattempo la tecnologia elettronica non avesse elaborato strumenti di calcolo ad altissima velocità, come i calcolatori ed elaboratori elettronici, alfanumerici ed analogici, capaci di smaltire in un tempo relativamente breve l’enorme numero di calcoli che la maggior parte di esse richiedono.

In questa parte dell’esposizione curata dalla Olivetti verrà perciò dedicato ampio spazio all’illustrazione dei modi per i quali tali strumenti possono diventare, nelle grandi come nelle piccole aziende, fattori di straordinari aumenti della produttività. Nella sezione conclusiva della mostra verrà poi ripreso il discorso sul mercato. Se l’aumento della produttività permette infatti, contribuendo a ridurre i prezzi e ad aumentare i salari, di espandere i mercati sino ad un certo limite, è in ultimo la loro ulteriore espansione che dovrebbe permettere nel prossimo futuro di conseguire anche nelle aree di medio sviluppo, o addirittura sottosviluppate, aumenti tali di produttività da porre per sempre l’uomo al riparo dai bisogni elementari.

Il tema delle ricerche di mercato, del rapporto tra pubblicità informativa e pubblicità competitiva, e della responsabilità di entrambe offriranno qui l’occasione per riprendere il discorso iniziale circa lo sviluppo dei consumi. Esso verrà però spostato dal terreno della documentazione a quello delle proposte, nel senso che si cercherà di far riflettere l’osservatore sul fatto che le attuali prospettive di razionalizzazione globale dell’attività economica potranno concretarsi soltanto se sapremo attenerci, noi tutti, ad una scala di priorità dei consumi, e degli investimenti diretti a soddisfarli, che non sia dettata unicamente dall’interesse per il profitto.


La "Folding Machine" esposta alla grande esposizione di Londra nel 1851


Quello che abbiamo sin qui illustrato costituisce per così dire il filone principale della mostra che verrà allestita nell’ambito dell’E.I.L. dalla nostra Società, e si comprende per tale ragione come essa abbia carattere prevalentemente tecnico. Accanto al primo ci si prefigge tuttavia di condurre un secondo discorso altrettanto ricco e complesso, diretto in particolare al pubblico non specializzato e meno avvezzo al linguaggio tecnico dell’industria, allo scopo di offrirgli una rappresentazione per così dire narrativa del mondo del lavoro, e più specificamente delle reazioni e degli echi che in esso hanno trovato il progresso tecnologico ed organizzativo delle grandi aziende. Il materiale illustrativo è stato cercato al proposito nelle collezioni dei giornali sindacali, nei volumi di storia del lavoro, negli archivi fotografici degli istituti specializzati in storia del movimento operaio, e nei testi della letteratura realistica europea ed americana di cui era più chiara l’attinenza al tema trattato nella mostra.

Crediamo sia evidente, pur da questa presentazione sommaria, che trasformare lo schema generale dell’esposizione in una scenografia dettagliata, e poi realizzare quest’ultima, non è un compito facile. Il tema è complesso non meno che astratto; può considerarsi praticamente al di fuori degli interessi comuni anche del pubblico colto, ed obbliga perciò a notevoli sforzi di semplificazione e di chiarimento; e non meno vincolante è l’impegno di tenersi all’altezza della tradizione grafica ed espositiva della Olivetti, in un campo che offre ben pochi appigli alla creazione del disegnatore industriale e dell’architetto.

Per quanto infine concerne l’allestimento architettonico studiato in stretto rapporto al discorso espositivo, una funzione molto importante avranno in esso alcune realizzazioni tecniche che pur non rientrando nella produzione commerciale della Società (l’E.I.L., ricordiamo, ha carattere eminentemente culturale), hanno attirato sui nostri stabilimenti, per la modernità di costruzione e gli aumenti di produttività con essi ottenuti, l’attenzione dei maggiori tecnici industriali italiani. In particolare ci riferiamo al sistema di trasportatori realizzati nello stabilimento di Ivrea e destinati a essere oltre che elemento documentario della trama storica anche veicolo espositivo. Per tale via la nostra Società intende contribuire, nel quadro dei fini che l’Esposizione Internazionale del Lavoro si prefigge, a migliorare le conoscenze dei tecnici e del pubblico in genere su quanto oggi è possibile compiere per liberare l’uomo dalle fatiche più ingrate, e dal bisogno.

A cura di Mario Abrate e Michele Oliveto